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LA POLITICA IN TEMPO DI CRISI

 


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Mi capita spesso, in questi mesi di grave recessione economica, di pensare e ripensare a quale sia, o forse e meglio a quale possa e debba essere, il ruolo della politica oggi nelle nostre comunità. Mi trovo dunque a pensare, con insistenza e ostinazione, a quale debba essere il suo vero ruolo, la sua missione ancestrale, il suo stesso "senso" di esistere ed essere regista e attrice della governance d'un territorio, in relazione ai piccoli grandi problemi che, moltissimi cittadini ormai, si trovano a dover subire/affrontare quotidianamente. In questo circolo vizioso, tortuoso e claustrofobico di domande e di perché, mi trovo spesso a concludere che l'attuale degenerazione economica sia stata prodotta, fors'anche fortemente, dalla degenerazione della politica, in uno stretto e letale connubio di causa-effetto. Volendo fare una semplice metafora, possiamo dire che, per moltissimi anni, si è fatto "il passo più lungo della gamba": paghiamo oggi scelte azzardate, spesso sovradimensionate e non adeguatamente commisurate alle reali esigenze del cittadino; paghiamo anni di spreco, mancate razionalizzazioni della spesa pubblica, cattive gestioni e amministrazioni di servizi e società di servizi; paghiamo anni di ruberie che, quasi ogni giorno, occupano le prime pagine dei nostri quotidiani, finanziamenti a fiume senza controlli alcuni, stipendi e consulenze gonfiate ad hoc in una logica di mera spartizione tra la politica e l'elettorato; paghiamo altri mille e mille vizi di questo nostro malato sistema politico. Se oggi subiamo la drastica riduzione dei finanziamenti alle casse comunali è anche perché si è amministrato male, forse malissimo, a tutti i livelli: è la pressoché scontata "chiusura del cerchio", il prevedibilissimo epilogo d'un romanzo che non poteva offrire un finale diverso. Adesso, quale ovvia conseguenza, ci attendono anni durissimi: "senza soldi non si canta messa", recita un detto d'altri tempi, a ricordarci che non si possono chiedere i miracoli senza adeguate risorse economiche.


Eppure è proprio in questi momenti che dobbiamo aver coraggio: dobbiamo ritrovare oggi "il coraggio della speranza", quello scatto d'orgoglio e dignità necessari a ripianare una situazione difficilissima. Ma per fare ciò è essenziale che la politica torni a fare la politica. Quella vera, quella il cui unico e ultimo fine è "servire i cittadini" e non "servire sé stessa". Non è, e non sarà, facile per nessuno cantare messa senza soldi: ma la rigenerazione economica passa anche, e forse soprattutto, attraverso la rigenerazione della politica. Ci vuole un vento nuovo, una classe dirigente nuova, un modo d'agire e intendere l'impegno politico nuovo, delle "regole di governo" nuove, una "stabilità" politica vera che consenta di pianificare, programmare, portare a termine idee e progetti, sogni e speranze: quanti progetti, a vari livelli governativi, sono finiti nel cestino per mere ripicche politiche dovute all'alternanza di governo? Dobbiamo aprire finalmente alle classi giovanili, poco rappresentate negli organi di governo, vera risorsa e investimento per il futuro delle nostre città. Dobbiamo avere il coraggio e la forza di ritornare al "professionismo della politica", alle scuole di formazione, al necessario indottrinamento di chi assume ruoli di responsabilità: basta improvvisazioni e improvvisatori di turno, basta cariche di governo elargite con logiche di spartizione ed equilibrismi assolutamente instabili tra i partiti: anche in politica c'è bisogno di competenze specifiche, professionalità settoriali.

La politica torni a fare la politica: uno strumento dei suoi cittadini. Se i tempi d'oggi ci impongono una "politica umile" dobbiamo avere il coraggio di riscoprire l'"umiltà della politica": quella per cui si sceglie e si decide solo dopo essersi confrontati con la comunità. L'azione politica deve tornare ad essere figlia di una vera "analisi dei bisogni" umani: quanti errori e quante scelte sbagliate sono state fatte per via di una "presunzione politica", di un mancato dialogo, confronto, sentore delle reali necessità delle nostre comunità? Perché il necessario confronto politico/elettore si limita e si esaurisce languidamente alla sola campagna elettorale? Perché si continua a usare la presunzione politica attraverso l'implementazione di programmi elettorali assolutamente insostenibili in luogo di programmi veri, seri, onesti, coerenti ed economicamente sostenibili?


Ci attendono tempi (lunghi) di scelte sobrie, bilanci magri, slanci e progetti poveri: ma il compito più arduo e necessario è quello di ripartire davvero con una politica nuova, che non viva ed agisca per autogenerare e/o autocompiacere sé stessa, quanto per servire e "morire" per la sua comunità.


Ripartiamo dunque dall'ascolto dei bisogni, e impariamo a fare silenzio: i fiumi e le lave di parole e promesse e orazioni illusorie hanno fatto il loro tempo.


 


"Ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell'altruismo creativo o nel buio dell'egoismo distruttivo. Questa è la decisione. La più insistente ed urgente domanda della vita è: "Che cosa fate voi per gli altri?"


Il sogno della non violenza. Pensieri - Martin Luther King




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silva
14 Maggio 2012 - 07:24
 
Sono sostanzialmente d'accordo. Ho sempre pensato che ognuno debba partire dal sé, dall'analisi che lo porti a capire quale tipo di essere umano voglia diventare (e si "diventa" sempre, finché c'è vita in prospettiva), dal riconoscimento di ciò per cui valga la pena di impegnarsi. Ho la convinzione di essere "di sinistra" perché per me è più importante una qualunque persona rispetto a qualsiasi ricchezza economica; tutto ciò che ne discende, è consequenziale. La politica ha fatto scelte basandosi su altri valori e siamo a questo punto perché... è andata così: qualcuno si è dimenticato del punto di partenza, altri hanno semplicemente fatto "il proprio verso". La logica del denaro non tiene in alcun conto il vero benessere di chi è chiamato a votare, si dimentica che la gente è formata da ognuno di noi, non è un'entità astratta. Che fare, adesso? Adesso si deve smettere di darsi giustificazioni. Non è colpa "degli altri": è colpa nostra, per non esserci stati o per esserci stati malamente, superficialmente, contingentemente.
Ora, le chiacchiere stanno davvero a zero.
Mi chiedo cosa devo fare io. Devo ritornare a guardare l'altro con rispetto, ma pretendere regole che mi garantiscano lo stesso rispetto da parte dell'altro. Devo insistere perché il diritto di parola non sia confuso con il diritto di vomito. Devo dire cosa voglio e cosa no. Devo pretendere la legalità intorno a me e devo agire in legalità. Devo pretendere di essere trattata dignitosamente e riconoscere dignità alle persone con le quali tratto. Devo fare le cose che amo, non pretendendo che mi diano agevolazioni che vadano al di là della soddisfazione personale e non curandomi degli ostacoli. Devo pretendere che chi fa politica per mia delega si preoccupi della dignità di ognuno e abbia delle precise regole di intervento: tutto deve essere alla luce del sole: chi ha meno deve essere toccato per ultimo, a chi ha poco non può essere tolto il poco che ha.
Intanto, partirei da qui. Poi, si vedrà.



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