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GASSIFICATORE - PER SAPERNE DI PIU'

Intervista  su impianto Pirolisi


 



Intervista all’ ing Daniele Fraternali,  verbanese, ingegnere progettista di impianti a fonti rinnovabilii e a biomasse in particolare



Conosce le caratteristiche dell’impianto Pyromex  di cui si parla a Verbania? 


Non ne conosco i dettagli ma da quello che ho letto mi sembra  un classico impianto di pirolisi della biomassa legnosa.   Tutti gli impianti che ho visto di questo tipo  funzionano esclusivamente con cippato di legna forestale.   Si dice che questi impianti possono gassificare anche i rifiuti, ma io credo che non si possono trattare rifiuti in impianti  così piccoli. Non perché sia impossibile in teoria, ma perché maneggiare in modo economico i rifiuti richiede  una economica di scala, ovvero dimensioni ben maggiori. La tecnologia pirolisi è attraente per l’impiego della biomassa perché  trasformando  le  materie fibrocellulosiche solide in un gas combustibilie (il syngas, un gas combustibile anche se con un basso potere calorifico)  si apre la possibilità di trasformare questo gas in energia elettrica mediante un generatore (turbina a gas o motore alternativo).  In questo modo si può convertire la biomassa in energia elettrica con una resa fino al 30%. Le grosse centrali termoelettriche a biomassa tradizionali (che sfruttano il classico ciclo a vapore) oltre a richiedere dimensioni maggiori arrivano a fatica al 18-20%.    Poiché il sistema degli incentivi governativi (certificati verdi) premia  in modo apprezzabile  (con scarsa saggezza),  solo l’energia elettrica verde  (e non ad esempio il calore da fonti rinnovabili)   nasce l’interesse per questi impianti. Un kWh prodotto da biomassa vegetale prodotta in Europa viene ceduto alla rete nazionale al valore  di 28 €cent. Una bella cifra (peraltro sempre meno del fotovoltaico). Quindi un impianto che produce (tipicamente) una potenza di 250 kW  per 7'000 ore/anno può fatturare   quasi 500'000 €/anno. Dedotto poi il costo di gestione, il costo della biomassa (che dalle nostre parti non si raccoglie facilmente come in pianura) e le necessarie manutenzioni porta  a  un ricavo netto che può pagare un investimento di circa 1 M€ in circa 6-7 anni.    Inoltre si potrebbe / dovrebbe  recuperare il calore  di scarico del motore ma una parte di questo è comunque già impegnato per asciugare la biomassa legnosa che questi impianti richiedono essere asciutta.


E’ una tecnologia affidabile, soprattutto sul piano piano ambientale?


Io ho visto alcuni impianti  di pirolisi che stanno funzionando ma solo da alcuni mesi.  Però ne ho visti anche altri che sono stati fermati con aziende che li producevano che hanno addirittura chiuso.  C’e’ un grande fermento tra i produttori perché la tecnologia è  promettente.  I problemi principali non sono sulla produzione del syngas, che è relativamente facile, ma  nella sua pulizia, soprattutto per eliminare il catrame che distruggerebbe  i motori  in  poco tempo.    Gli impianti che non hanno avuto successo sono caduti proprio su questo punto. Non perché non si riuscisse  mai a pulire il gas, ma per tutti   gli inconvenienti che questo processo produceva. I costi di manutenzione possono infatti  facilmente essere sottostimati.   


Sul piano ambientale (e sempre sulla carta)  è vero che un gas pulito bene  produce un inquinamento  atmosferico limitato prevalentemente alle emissioni del motore, che sono paragonabili a quelle di un motore  di camion funzionante a gas.  Solo che questo motore  funzionerebbe in continuo. Per chi gli sta intorno è come avere  vicino un camion che va alla massima potenza 24 ore su 24  stando sempre fermo sul posto.   Un camino ci vuole  assolutamente per  diluire un po’ le  emissioni di NOx e di CO.  E naturalmente prevedere la marmitta catalitica per il motore.


Ho letto anche alcuni commenti su Verbanianews che sollevavano il problema dell’uso “pubblico” della risorsa dei boschi.  E’ un tema molto serio che andrebbe affrontato in una logica di “filiera” della biomassa.  Massima priorità deve essere data alla biomassa di recupero (residui legnosi, potature, ecc.). Poi si può e si deve pensare  alla risorsa boschiva, comunque sempre sotto il controllo dei piani di assestamento forestale, che ci sono e vanno seguiti.  Questo perché i boschi, anche se privati,  sono pur sempre  una risorsa e un patrimonio di interesse pubblico.  La quantità di biomassa recuperabile senza danneggiare la risorsa stessa viene  definita in questo modo, e  la garanzia  del   controllore  pubblico risulta essenziale .  Da parte del controllo pubblico è anche importante controllare che la caratteristica locale del progetto  non si “perda per strada”, quando ci si accorgerà  che  la biomassa prodotta in pianura costa meno di quella tirata giù dai boschi di montagna, e che quindi  iniziano a circolare camion di cippato di legna provenienti da fuori ….


In definitiva direi che il progetto Pyromex può  svolgere un importante ruolo di sperimentazione  di questa tecnologia. Che sarebbe per il VCO un secondo  tentativo dopo l’esperienza del tutto analoga della COVER al Tecnoparco di cui mi risulta  un esito non molto positivo (oppure sarebbe interessante avere aggiornamenti, anche come bagaglio di esperienza).  


Per il VCO questa tecnologia potrebbe portare a quella che io vedo come una soluzione ideale:  piccoli impianti distribuiti nei  comuni  di  montagna per sfruttare localmente la biomassa forestale.   Determinante il recupero termico del motore che non si deve assolutamente sprecare  andando invece  a riscaldare  scuole, municipi, alberghi, ecc.   Oppure uno scenario diverso:  produrre energia elettrica in un sito industriale (come quello di Santino)  da cui ricavare anche pellets da riportare poi  negli stessi comuni da cui proviene la biomassa per l’impiego in semplici caldaie a biomassa a servizio ancora di scuole, municipi,  ecc..  




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