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riflessioni, informazioni e approfondimenti sulla realtà verbanese

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Scempio roseto (1)

 

di Maria Grazia Reami Ottolini


Immagine 1 

 

 Dannose potature

 


Immagine 2


Dove c'era un pergolato


 


Mi era giunto all’orecchio[2] che il Nuovo Consiglio del Museo avesse deciso[3] di azzerare ogni scelta e ogni programma di chi l’aveva preceduto. Viziata dal rinnovo di una carica riconfermata nel mio caso ogni quattro anni ininterrottamente dal 1972 al 2010,[4] non ci avevo creduto, proprio perché conosco molto bene i momenti di trapasso da un vecchio a un nuovo Consiglio: la tristezza di certi addii, il piacere di fare nuove conoscenze, la ripresa entusiasta dei lavori con fresche e volonterose forze nuove. La ripresa appunto, non l’azzeramento. Si ripartiva da dove altri avevano lasciato, valorizzando i punti di forza dei programmi realizzati, arricchendo e portando a compimento quelli già impostati, preparandone di nuovi, mai comunque distruggendo e disprezzando o misconoscendo il lavoro precedente. Così in quasi un quarantennio[5] di oneroso impegno volontario i numerosi Consiglieri del Museo che si sono succeduti hanno portato avanti il discorso sul paesaggio,[6] sostenuto battaglie epiche,[7] realizzato mostre di grande interesse e spessore, riscoperto artisti, edito libri e cataloghi di pregio,[8] arricchito il patrimonio con acquisti e donazioni,[9] creato un’importante biblioteca specialistica,[10] sistemato le collezioni in modo ch’è una meraviglia guardarle. A un certo punto un palazzo del Museo si è anche trovato circondato da un roseto bellissimo realizzato dalla allora scuola media Cadorna che l’aveva creato[11] in spazi assai degradati, prima che esso divenisse sede della nuova sezione di religiosità popolare. Per combinazione chi aveva contribuito intellettualmente[12] e materialmente[13] al suo impianto[14] lavorava all’interno delle due realtà, quella scolastica e quella museale, potendo così garantire una continuità di cure e attenzioni  al roseto, anche se in tutti questi anni ne ha viste di ogni: non potrei dire che i miei interlocutori[15] fossero tutti in malafede, lo sarei io; è proprio che la maggior parte di loro ignorava[16] il valore pedagogico di una realizzazione scolastica così interessante; di una collezione di rose là dove le rose sono poco conosciute; di uno studio sulla complessa e affascinante storia della rosa; della presenza di rose fondamentali di questa storia, raramente visibili se non sui testi; dello sviluppo straordinario che quelle rose hanno raggiunto nel roseto.[17] Già, lo sviluppo, perché da molti anni ormai alcune erano andate a insinuarsi sotto le gronde di palazzo Biumi.[18] Il problema era ben presente a chi scrive, che aveva fatto predisporre da una ditta competente un piano di intervento per staccarle senza comprometterne la struttura che costituisce il valore botanico dell’esemplare. Di recente ne avevo parlato anche a chi mi ha sostituito come responsabile del giardino,[19] ma evidentemente il principio dell’Azzeramento  comprendeva anche il roseto. Qualcuno nei giorni scorsi ha chiamato qualcun altro a fare piazza pulita, senza tener conto di nulla. Tutte, ma proprio tutte le piante rampicanti  [20] sono state tagliate al di sotto delle gronde, che adesso sono belle libere[21]. Quelle che non sono più belle però sono le rose. Butteranno ancora rami qua e là, ma non sarà più la stessa cosa. 


Non so come fare a dirlo ai ragazzi che l’avevano creato. Non so come fare a dirlo a quelli della Fondazione Cariplo che l’hanno finanziato con novanta milioni di lire nel momento di più grande abbandono. Non so come fare a dirlo a tutti coloro, e sono tanti e competenti, che lo conoscevano come un roseto speciale. Non so come fare a dirlo agli esperti della Regione che lo avevano inserito tra i giardini importanti del Piemonte.


Non so darmi pace. (seguono le note esplicative)






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