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IL MOMENTO CRUCIALE

 


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La vicenda Acetati, in questa fase così triste, suscita un senso di profondo smarrimento.


I lavoratori presenti al presidio di ieri davanti all’ingresso della fabbrica hanno avuto testimonianze di solidarietà e di vicinanza importanti emotivamente e umanamente, ma si percepiva nel contempo una certa sensazione di impotenza.


Certo le parole, i messaggi, gli auspici in momenti difficili della nostra vita sono di conforto, ci fanno sentire meno soli, ci danno il senso della condivisione, ci fanno sentire accomunati in situazioni analoghe che stanno coinvolgendo tutta la nostra provincia.


Certo in questo frangente è importante che tutta la città si senta investita del ruolo di comunità solidale e non solo per sensibilità, ma perchè le ripercussioni saranno avvertite diffusamente.


Certo che nell’emergenza possono avere un senso le vertenze, i tavoli di confronto, i programmi di tutela dei lavoratori, la tempestività di elargizione degli ammortizzatori sociali, ma il problema di fondo rimane vivo e scottante per tutti coloro che ad un certo punto della loro vita si devono misurare  con l’insicurezza legata al fondamentale bene del lavoro.


Un bene che, ce ne  stiamo rendendo conto di giorno in giorno, sta diventando sempre più prezioso mano a mano che diventa più raro e la cui precarietà crea sofferenze personali e collettive.


Un fondo di sofferenza che avvertiamo tutti indistintamente perché la vicenda Acetati è il riflesso locale di una condizione economica epocale che ci sta mettendo a dura prova e che non sappiamo quale piega potrà assumere.


La certezza inequivocabile è che il lavoro viene a mancare, così come  è certo  che la mancanza di lavoro produce un dramma sociale. Per contro non esiste alcuna parvenza di certezza per quanto riguarda il futuro che ci coglie impreparati.


Questa è una consapevolezza dolorosa soprattutto se pensiamo ai lavoratori più giovani che hanno ancora un cammino personale tutto da costruire, giovani come quelli che ieri erano lì a continuare tenacemente la loro battaglia.


Si sapeva che un annuncio così sarebbe arrivato, ma la tendenza interiore era di esorcizzare il momento ricacciando l’idea con il filo di speranza che faceva da appiglio. Quella data del 31 dicembre sembra non lasciare scampo. Oltre all’amarezza, però sale la rabbia derivata dal fatto di rendersi conto, ancora una volta, che siamo inesorabilmente in  balia delle strategie del potere economico e del suo utile.


Le forze del nostro territorio, la politica locale e nazionale, sembrano contare ben poco  in termini contrattuali. L’imprenditore se ne va spudoratamente e, andando oltre gli scrupoli morali, umani e sociali, si nega a trattative costruttive, a  richiesta di chiarimenti e di indicazioni che lascino trasparire dei segnali di qualche possibile sbocco occupazionale.


Non ci è dato nemmeno di capire se avremo diritto a forme di compensazione  per l’utilizzo delle nostre risorse materiali e umane e per i disagi che stiamo sopportando e quale sarà la verità sulla consistenza e sugli oneri della bonifica dell’area che è la procedura più urgente per poter ricominciare.


Le amministrazioni locali, di qualsiasi parte esse siano, le rappresentanze sindacali e dei lavoratori coinvolti, le componenti sociali,  in forma categoricamente unitaria, con determinazione e tempestività, devono coordinarsi e fare fronte comune per forzare i silenzi e pretendere delle risposte che rappresentino delle tracce per poter progettare con urgenza  le mosse per il futuro dei lavoratori e la ricerca di soluzioni anche diversificate e innovative che caratterizzino il nostro destino economico e sociale.




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