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CANCELLI MENTALI

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Nell'affollata aula magna d'un noto liceo cittadino, un vecchio sociologo e navigato professore universitario s'apprestava a tenere il suo discorso. Gettò un'occhiata all'ammutolita platea, composta perlopiù da giovani studenti e vecchi cattedratici, e, dopo essersi lisciato la folta barba bianca, iniziò a parlare con un tono denso di pacatezza. Lo faceva sempre, d'altronde, quando lo invitavano a parlare delle questioni sociali. Bisogna innanzitutto incuterla la sicurezza, ripeteva spesso. Dopo una buona mezz'ora di orazione, il moderatore invitò il pubblico ad intervenire. Passò poco, e subito s'affacciarono i primi franchi contestatori, quelli che il vecchio professore universitario chiamava i polemizzatori ad ogni costo. Ci vogliono più forze dell'ordine, disse qualcuno. Basta immigrati, gli fece eco un altro. La pena di morte ci vorrebbe, gridò con rabbia un anziano docente. Diamo le pistole anche ai vigili urbani, disse dalla prima fila una giovane ragazza. Dopo che la platea s'acquietò, il vecchio professore riprese la parola, con la solita pacatezza che contraddistingueva i suoi interventi. Lo Stato siamo noi, disse innanzitutto. La sicurezza non si fa solo con la repressione. La sicurezza si garantisce anche concedendo spazi, diritti, lavoro, dignità, integrazione. Aprendo i cancelli mentali: chiudere le porte è antistorico, e genera solo odio. Ci vogliono pene certe, ma anche compartecipazione. Succede ancora che qualcuno s'accasci per strada, e la gente passi indifferente, nella fretta dei propri orologi e nelle trincee dei propri egoismi. La sicurezza la facciamo anche noi, disse l'anziano professore, prima di tornare a sedere al proprio posto.




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